Ti racconto la storia di questo ritratto. Anzi, di tutto quello che viene prima.
Ti voglio raccontare la storia di questa foto.
No, non ti parlerò di parametri di scatto, né di schema luci o obiettivi utilizzati. Non è una questione tecnica.
Perché ogni ritratto fotografico che realizzo nasce molto prima del momento in cui premo il pulsante.
Nasce in una conversazione. In uno sguardo. In una richiesta.
E questa storia inizia con Simona.
Come siamo arrivate fin qui
Quando ho conosciuto Simona e abbiamo iniziato a progettare il suo servizio fotografico di Gravidanza, ho capito quasi subito che la sua storia personale sarebbe diventata il filo conduttore dell’intero servizio fotografico gravidanza. C’è stata una frase semplice, diretta:
“Vorrei far vedere le cicatrici.”
Una richiesta che, detta così, potrebbe sembrare come tante altre. Ma non lo è.
Chiedere a qualcuno che non conosci di raccontare la tua storia attraverso un ritratto significa fare un passo importante. Significa affidare a un’altra persona qualcosa che ti appartiene nel profondo. La tua pelle. La tua memoria. Il tuo vissuto.
In quel momento ho sentito chiaramente due cose: fiducia e responsabilità.
La fiducia che lei stava riponendo in me.
La responsabilità di restituirle un racconto onesto, rispettoso, sensibile.
Ed è proprio qui che inizia davvero un ritratto fotografico.
La storia di questo ritratto: non è mai solo una foto
Quando si parla di servizio fotografico di ritratto, spesso si pensa allo scatto finale. All’immagine stampata. Al risultato visibile.
In realtà, quello è solo l’ultimo capitolo.
Il lavoro vero comincia molto prima: nell’ascolto, nella comprensione, nella costruzione di un linguaggio comune. Prima ancora di scegliere la luce, bisogna scegliere lo sguardo. Prima di definire una posa, bisogna capire che cosa si sta raccontando.
Con Simona non si trattava semplicemente di mostrare una cicatrice. Si trattava di darle un significato all’interno della sua storia.
E qui entra in gioco una convinzione che guida da sempre il mio modo di fotografare: l’evocativo vince sul descrittivo.
Mostrare non basta, bisogna raccontare
Avrei potuto fotografare la cicatrice in modo diretto, quasi documentaristico. Avrei potuto isolarla, metterla al centro dell’immagine, renderla protagonista evidente.
Ma non era questo il punto.
Il punto non era descrivere.
Era raccontare.
C’è una grande differenza tra dire “questa è una cicatrice” e far sentire che quella cicatrice fa parte di una persona viva, complessa, forte, delicata.
Per questo abbiamo scelto un’altra strada.
Abbiamo lavorato sul contesto.
Il contesto era Simona.
Ci siamo allontanate dalla mera descrizione per costruire un’immagine eterea, quasi statuaria. Una presenza solida e allo stesso tempo sospesa. La posa è stata studiata appositamente per valorizzare la sua storia, per accompagnare lo sguardo senza forzarlo.
Forse, se non lo avessi detto, non avresti nemmeno notato subito la cicatrice.
Ed è proprio questo il punto.
Non volevamo imporre una lettura. Volevamo lasciare spazio. Permettere a chi osserva di andare oltre la superficie.
La posa non è artificio, è intenzione
Spesso, quando si parla di posa nel ritratto fotografico, si pensa a qualcosa di artificiale, di costruito.
In realtà la posa, quando è pensata con consapevolezza, è uno strumento narrativo potentissimo.
Nel caso di Simona, ogni dettaglio era intenzionale: l’inclinazione del busto, la posizione delle spalle, la direzione dello sguardo. Nulla era casuale, ma nulla era rigido. Era una costruzione al servizio del racconto.
La posa non serviva a nascondere.
Serviva a dare significato.
Ed è questo che intendo quando dico che un ritratto è un lavoro che inizia ben prima dello scatto. È una progettazione emotiva, oltre che visiva.
Fiducia, ascolto, responsabilità
Un servizio fotografico di ritratto gravidanza, soprattutto quando tocca aspetti profondi della storia personale, è uno spazio delicato.
È uno spazio di fiducia.
Chi si mette davanti al mio obiettivo non sta semplicemente cercando una bella foto. Sta cercando uno sguardo che sappia vedere senza giudicare. Che sappia accogliere. Che sappia tradurre.
Per questo motivo ogni fase è fondamentale: la prima call, le domande, le pause, i silenzi, le parole dette quasi sottovoce.
Il mio lavoro come fotografa di ritratto non è solo tecnico. È relazionale. È interpretativo. È fatto di scelte che nascono dall’ascolto.
Quando Simona mi ha detto che voleva mostrare le sue cicatrici, non ho pensato a come illuminarle. Ho pensato a cosa significavano per lei.
E da lì abbiamo costruito tutto il resto.
Abbiamo fatto molto più di un ritratto
Alla fine di quello shooting ho avuto una sensazione molto chiara: avevamo fatto molto più di un ritratto.
Avevamo trasformato un segno sulla pelle in un elemento di narrazione. Avevamo creato un’immagine capace di parlare senza spiegare tutto. Avevamo rispettato una storia.
Questo, per me, è il senso profondo del ritratto fotografico.
Non è solo estetica.
Non è solo tecnica.
È consapevolezza.
Ogni volta che realizzo un servizio fotografico di ritratto (gravidanza o non), che sia in studio o in un altro contesto, parto sempre da una domanda: che cosa stiamo raccontando davvero?
Perché la fotografia è l’ultimo gesto di un processo molto più ampio. È la punta visibile di un lavoro invisibile fatto di ascolto, progettazione e cura.
E se guardando questa immagine senti che c’è qualcosa che va oltre la superficie, allora sì, il lavoro iniziato molto prima dello scatto ha fatto il suo dovere.
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